Dyson: 5.126 tentativi per il successo

Dyson: 5.126 tentativi per il successo

 
 
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Quest’episodio del podcast celebrerà il fallimento. Tutte le volte in cui capita di sentirsi scoraggiati. Di pensare che non ce la faremo mai a raggiungere un determinato obiettivo. Di voler alzare bandiera bianca. Rinunciare. Arrendersi e passare oltre, perché un nuovo tentativo ci sembra inutile. E lo celebra attraverso la figura di James Dyson, il famoso inventore britannico. Lui ha sbagliato esattamente 5.126 volte, contate una per una dal giorno in cui si è messo in testa di sviluppare il primo aspirapolvere senza sacchetto. Cinque anni di prove e modifiche e pugni sbattuti, imprecazioni e soprattutto di prototipi da cestinare. Ma alla fine ci è riuscito, e la forza di fare un ultimo tentativo l’ha reso miliardario. Perché dai successi non si impara nulla, forse, ma i fallimenti possono insegnarci tutto.

 

In principio era solo un’idea: creare un aspirapolvere che funzionasse senza il sacchetto. D’altro canto si sa, i sacchetti sono un problema. Sono poco igienici, si intasano di polvere e fanno sì che la macchina inizi a sbuffare. Così James Dyson, ispirato da un ciclone industriale in una segheria, decide di applicare la forza centrifuga per separare la polvere e la sporcizia. Basta sacchetti, basta intasamenti. Basta perdita di aspirazione. Cinque anni e 5126 tentativi dopo, la sua visione diventa realtà. E lo diventa per merito della tecnologia ciclonica, un sistema che permette, in breve, di separare la polvere aspirata con l’aria grazie alla forza centrifuga di un piccolo ciclone. Un uragano in miniatura, insomma. Tecnicismi, roba da ingegneri, ma l’invenzione funziona e sembra promettere bene. Non resta che introdurla sul mercato. Come?

Bussando alla porta dei produttori di aspirapolvere con un’idea rivoluzionaria in testa, qualche disegno in mano e tanta buona volontà. Peccato che nessuno di loro sia interessato, e come dargli torto? Hanno un modello di business che gli consente di fare un sacco di soldi, letteralmente, e che si basa proprio sull’usura e sul cambio dei sacchetti in questione. L’invenzione di Dyson sarà anche buona per pulire, ma è pessima per gli affari. Una società gli chiede: “Ok James, hai due minuti per presentarmi il prodotto. Puoi farcela?” Lui risponde: “Cinque anni di tentativi da riassumere in due minuti? Impossibile, mi serve più tempo”. Ed esce dalla stanza.

La ricerca di un’azienda interessata a produrre il suo aspirapolvere prosegue, e sembra non terminare mai. In effetti non finisce – o meglio, finisce solo quando lo decide James, che deluso dalle reazioni dai brand, ma determinato ad andare fino in fondo con la sua idea, sceglie di fare tutto da solo. Si adopera per trovare i fondi necessari, crea un’azienda tutta sua e nel 1993 inizia la produzione su larga scala del DC01, il primo modello di aspirapolvere ciclonico Dyson. Quello stesso anno, James smette di farsi mantenere dalla moglie. Il DC01 supera tutti i competitor e diventa il più venduto nel Regno Unito. Parrebbe avere solo un problema, il cestino trasparente per la raccolta della polvere, che in molti gli consigliano di cambiare. Nessuno vuole vedere la sporcizia, no? Perché mai

mostrare ciò che vogliamo eliminare dalle nostre case? Non ha senso, eppure l’inventore sceglie di infischiarsene. Meglio seguire l’istinto senza farsi troppi problemi. Per lui la polvere si deve vedere, e questo in effetti diventerà il marchio di fabbrica Dyson, poi copiato da molti dei suoi competitor.

Ma all’inizio abbiamo detto che quest’episodio celebrerà i fallimenti, più che i successi. Benissimo. E se il maggiore successo di James Dyson fosse quello di aver sbagliato ben 5126 volte? Lui non ha dubbi in merito, ed è convinto che la sua storia abbia una morale vecchia come il mondo. Dagli errori possono nascere cose buone, basta capirli ed essere testardi. James si ritiene particolarmente esperto nel fare errori. Pensa addirittura che sia necessario, se si parla di ingegneria. Ogni miglioria dell’aspirapolvere è venuta fuori a causa di un difetto che doveva sistemare. L’importante è non fermarsi al primo fallimento, né al cinquantesimo, e neppure al cinquemillesimo.

Evviva gli errori, quindi. E la perseveranza che ha portato James Dyson a costruire un impero. Dopo numerose versioni sempre migliorate del suo aspirapolvere, ha lanciato sul mercato il primo ventilatore senza pale, con una ventola alla base che spinge l’aria nell’anello da cui poi, seguendo una sorta di ciclo naturale, viene proiettata all’esterno. E non finisce qui.

L’ultima invenzione è un phon ingegneristico con motore digitale, tanto leggero quanto silenzioso, dotato di un sistema di controllo del calore che non danneggia i capelli. Si chiama Supersonic, e per crearlo Dyson ha investito 58 milioni di sterline, coinvolto 103 ingegneri, realizzato 7.000 test acustici, 600 prototipi e oltre 100 brevetti. “Quello di Supersonic”, ha dichiarato James, “è stato un atto di amore verso me stesso. Un lavoro che mi ha insegnato moltissimo, in cui ci sono state molte prime volte su tutti i fronti. Ma la vita è un insieme di bellissime prime volte. Come il fatto che ho dovuto farmi crescere i capelli per l’evento di lancio a Tokyo”.

In pratica, secondo lui, la vera creatività sta nel concepire qualcosa che nessuno era stato in grado di concepire prima: qualcosa che non esisteva, e che risolve problemi finora rimasti irrisolti.
E quando un giornalista gli ha chiesto cosa insegni la sua storia, lui ha risposto: “Gli errori fanno parte di un moto che spinge a migliorarsi. Sono arrivato a un punto che non avrei mai immaginato perché ho imparato cosa poteva funzionare e cosa invece no. Bisogna avere il coraggio di prendersi dei rischi. Incito i miei ingegneri e tutti i dipendenti Dyson ad avere questo atteggiamento. E a eliminare qualsiasi tipo di opinione critica. Un’intuizione rivoluzionaria spesso sembra stupida, ma non va criticata”.

Alla luce di tutto questo, allora, dovrebbe meravigliarci che proprio James Dyson, colui che non si arrende mai, negli ultimi mesi abbia deciso di abbandonare il progetto di creare un’auto elettrica tutta sua. Era un sogno che si portava dietro dal 2017, quando aveva stanziato 2,2 miliardi di euro di budget e formato una divisione apposita. Doveva trattarsi di un suv-crossover di lusso, con una batteria sperimentale alimentata da un accumulatore allo stato solido.

Eppure non ci stupisce affatto, per due motivi. Il primo è di natura economica. Dyson, oggi, è proprietario di un’azienda dal valore esorbitante, e il mercato delle auto elettriche non permette per ora un buon margine di guadagno. Troppi costi in relazione ai ricavi. Perfino Tesla chiude i suoi bilanci trimestrali quasi sempre in rosso. Il secondo motivo,

invece, riguarda la sottile differenza fra inventare qualcosa da zero o innovare qualcosa di già esistente. L’aspirapolvere senza sacchetto, il ventilatore senza pale e il phon supersonico non esistevano ancora, prima che Dyson li immaginasse. Ma le auto elettriche erano già sul mercato, quando Dyson si è messo in testa di creare la sua, e forse è proprio questo che l’ha spinto a fermarsi. Lui è nato per inventare, non per innovare.

Perciò lo ripetiamo un’ultima volta: la prima stagione del podcast di Friendz si chiude qui, ma torneremo presto, molto presto, e quest’episodio è dedicato al fallimento.