Serendipità: sbagliare strada per fare la cosa giusta

Serendipità: sbagliare strada per fare la cosa giusta

 
 
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Il primissimo paio di occhiali viene inventato a Pisa intorno al 1290. Una decina di anni più tardi, a Venezia, qualcuno inventa lo specchio convesso. Probabilmente si tratta di una scoperta accidentale, legata allo sviluppo delle lenti usate per gli occhiali. In precedenza i pochi specchi esistenti erano opachi, imprecisi, distorti. E così, per puro caso, un’invenzione che aveva lo scopo di aiutarci a vedere gli altri ci ha permesso di vedere noi stessi. Perché sbagliare percorso, a volte, è molto più interessante che seguire la strada giusta…

 

Non esiste un errore più clamoroso di quello di Cristoforo Colombo, che scoprì un nuovo continente pensando di arrivare in Asia. Eppure ci sono stati altri errori, che magari non hanno portato a scoprire l’America, ma in un modo o nell’altro hanno cambiato le nostre vite.

I dizionari la chiamano “serendipità”, una parola che indica il “trovare una cosa non cercata e imprevista mentre se ne sta cercando un’altra”. Questo termine fu coniato dallo scrittore Horace Walpole, che lo utilizzò per la prima volta in una lettera scritta il 28 gennaio 1754 a un suo amico inglese che viveva a Firenze, ispirandosi a una fiaba persiana intitolata I tre principi di Serendippo. Nella storia i tre protagonisti partono per un lungo viaggio, e sul loro cammino continuano a scoprire cose che non stavano cercando. Intuizioni dovute al caso, ma anche alla loro capacità di osservazione. Serendipità, insomma.

Lo stesso principio che ha portato a scoprire il processo di cottura a microonde, brevettato nel 1946 dalla Rayethon. L’uomo che ci arrivò per primo si chiamava Percy Spencer ed era un impiegato della società statunitense. Stava utilizzando le microonde per una ricerca sugli apparati radar, finché un giorno non si accorse che una tavoletta di cioccolato che aveva in tasca si era sciolta. L’uomo, già depositario di un centinaio di brevetti, capì subito cos’era accaduto. Il primo cibo che provò intenzionalmente a cuocere furono i pop-corn, poi venne il turno di un uovo, che però esplose in faccia a uno degli sperimentatori. E così nacquero i forni a microonde.

C’è poi il caso delle patatine fritte, nate da una specie di dispetto del cuoco George Crum, che non ce la faceva più a sentire le lamentele di un cliente sulle patate troppo grosse e troppo dure. Gliele servì tagliate a fiammifero e gettate, anziché nell’acqua per ammorbidirle, nell’olio bollente per carbonizzarle. In questo modo finì per friggerle. Era il 1853, e le patatine così come le conosciamo fecero il loro ingresso nella storia.

“Le coincidenze sono le uniche certezze”, scrive Saramago. E proprio da una coincidenza è nato il velcro. Si racconta che un giorno d’estate, intorno al 1940, George de Mestral, un ingegnere svizzero appassionato di caccia e amante della montagna, se ne fosse uscito per una passeggiata portando con sé il suo cane. Di ritorno a casa, si accorse che i suoi vestiti e il pelo dell’animale erano pieni degli appiccicosi fiori di cardo alpino. Più incuriosito che irritato, de Mestral cercò di carpire i segreti di quei fiori. Fu così che si armò di un microscopio e cominciò a osservare il modo in cui si attaccavano alle superfici.

E quello che vide era un sistema tanto semplice quanto efficace, sviluppato dal cardo per diffondere i propri semi. La superficie dei fiori, infatti, era ricoperta da una sorta di aghi le cui estremità terminavano con degli uncini, i quali a loro volta si arpionavano ai cappi naturali presenti sul pelo degli animali o sui tessuti. Così a de Mestral venne l’idea. Avrebbe sfruttato lo stesso meccanismo per realizzare un sistema di chiusura a incastro: uncini da un lato, cappi dall’altro. Più tardi perfezionò il brevetto, e la chiusura si trasformò in due strisce di nylon da sovrapporre. Avete presente le scarpe da ginnastica con gli strappi? Ecco, non esisterebbero se non fosse per i fiori di cardo alpino.

Che dire invece di Frank Epperson, un ragazzino di San Francisco? Aveva la testa tra le nuvole quando a 11 anni dimenticò sul davanzale, al freddo, un bicchiere di acqua e soda con dentro il bastoncino che aveva usato per mescolare la bevanda. Il giorno dopo aveva inventato il ghiacciolo, che brevettò 20 anni dopo, nel 1924.

Ed è sempre in campo alimentare che abbiamo un esempio di serendipità nostrana: il celebre risotto “alla milanese”, o risotto giallo, fu inventato dagli amici di Valerio di Fiandra, che lavorava alla realizzazione del Duomo di Milano alla fine del 1500, e veniva soprannominato “Zafferano” perché fissato con l’uso di questa spezia per dorare i suoi dipinti. Al suo matrimonio gli portarono un risotto colorato con lo zafferano per fargli uno scherzo, inventando così il piatto tipico della città meneghina.

Il gelato, invece, è stato servito per tantissimi anni su un piatto, oppure dentro a un bicchiere. Fino a quando, stando alla versione più accreditata, durante la Louisiana Purchase Exposition del 1904, nacque il cono gelato. Una bancarella di gelati, infatti, stava andando così bene che rapidamente stava esaurendo i piatti, mentre la vicina bancarella di cialde non vendeva quasi nulla. I due proprietari della bancarella, quindi, hanno avuto l’idea di arrotolare i waffle, farci cadere il gelato sopra e voilà! Il cono gelato era nato.

Tuttavia, nel campo dell’osservazione, la casualità favorisce solo le menti preparate, in grado di notare l’imprevisto e renderlo costruttivo. Nel 1965, James Schlatter scoprì un dolcificante girando le pagine del romanzo che stava leggendo. A quanto pare si leccò il dito sporco di aspartame, che quel giorno aveva sintetizzato per fare esperimenti su un farmaco anti-ulcera. Assaggiandolo scoprì che era dolce come lo zucchero, ma ci vollero quasi 10 anni perché fosse approvato il suo utilizzo in campo alimentare e dietetico.

E il pongo, invece? Forse non sorprenderà che questo materiale appiccicoso e maleodorante, con cui abbiamo giocato tutti da bambini, fosse originariamente pensato per pulire la carta da parati. All’inizio del ventesimo secolo, però, si smise di usare il carbone per riscaldare le case, il che significava che la carta da parati rimaneva pulita. Fortunatamente per Cleo McVicker, l’inventore originale, suo figlio scoprì un altro uso di questo materiale: modellarlo con le mani, per gioco, e grazie al bambino ebbe una seconda vita.

Ma tutte le storie che abbiamo appena raccontato, in fondo in fondo, si possono sintetizzare con una battuta attribuita al ricercatore biomedico Julius H. Comroe. La serendipità, secondo lui, era come cercare un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino, e forse non aveva tutti i torti…